Sportello d’ascolto: cosa vuol dire essere normali?

A vari gradi di rigidità sembra che si sia sostituito al concetto di benessere quello di normale. Tanto che più volte mi è capitato di sentire dialoghi
A: “come stai?”, B:” bah…normale”.

Dietro queste semplici battute si nasconde un atteggiamento di perdita di interesse per quei segnali che l’organismo nel suo complesso ci invia per impedire l’invisibilità a uno stato di sofferenza che pretende di essere ascoltato. Siamo abituati culturalmente a dividere il corpo dalla mente e sempre culturalmente, anche se per alcuni anche questo può essere difficile, accettiamo di condividere i nostri malesseri fisici e quindi andare dal medico.
All’ammissione del malessere deve seguire un sintomo e una risposta immediata che lo renda muto. Ma se invece lo ascoltassimo? Se invece dedicassimo maggiore tempo alla cura del nostro organismo nella sua totalità? Se ampliassimo lo sguardo sulla nostra vita? Forse ci renderemmo conto che i pezzi del puzzle sono tantissimi: la storia con le sue esperienze impresse nella nostra memoria capaci di influenzare quelle attuali, la presenza o assenza di relazioni, la qualità di queste relazioni, con il proprio compagno o compagna, con i genitori, con i figli, con gli amici, le attività lavorative, il tempo libero e per il gioco, le attività sportive, l’ambiente fisico che ci circonda. Potrei continuare ancora distinguendo sempre di più i tasselli che influiscono sulla qualità della vita e allora cosa vuol dire normale?

Il termine deriva dall’ambito matematico e si riferisce alla diffusione di un comportamento: se domani la maggior parte delle persone adulte cominciasse a camminare carponi quel comportamento diverrebbe normale. Credo sia improprio il suo utilizzo e che con il tempo abbia sostituito i concetti di benessere, serenità, soddisfazione i quali riportano il focus non più sull’assenza di differenze, ma su un criterio soggettivo. Questo semplice scambio di termini può portare a gravi conseguenze: se non essere sereni vuol dire non essere normali, allora sono pazzo. Questo modo di vedere le cose può provocare vergogna, può accentuare i comportamenti finalizzati a nascondersi, può portare a sorridere quando dentro si sente dolore, a correre quando si è stanchi, a relazionarsi agli altri senza sentirsi veramente presenti in quel momento. Si attiva un processo di copertura costante della parte di noi stessi più autentica, quella che permette di vivere il dolore ma anche il piacere. Il circolo vizioso della ricerca della normalità può essere spezzato attraverso l’ascolto di quegli aspetti di noi stessi e della nostra vita che richiedono ascolto (attenzione), tempo e cura. In prestito e fuori contesto prendo la poesia di Totò che paragona la morte alla livella che rende tutti uguali, e penso che la normalità potrebbe diventare la livella della vita.

di MANUELA MANNO

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